La speculazione finanziaria sulle commodity (materie prime e prodotti alimentari) destabilizza l’economia di interi Paesi e continenti. Ciò è chiaramente comprensibile quando essa fa salire i prezzi alle stelle, provocando una forte inflazione che minaccia l’esistenza stessa delle popolazioni più povere. Ma è altrettanto vero quando la combinazione di speculazioni al ribasso e giochi geopolitici, come ad esempio nel caso del petrolio, fa cadere i prezzi fin sotto il livello del costo di produzione. Partecipa così ad accrescere gli effetti deflattivi di una recessione economica, determinando una riduzione delle produzioni e del Pil, una contrazione nei consumi e di conseguenza una spirale verso il basso dei prezzi. E’ un processo infernale che fa aumentare la povertà e non risparmia nessuno. Tanto meno i Paesi dell’Africa.

I prezzi bassi del petrolio e di altre materie prime oggi stanno provocando gravi conseguenze anche per l’Occidente. Lo ammettere uno dei giornali più importanti della Germania, il “Frankfurter Rundschau”.

I Paesi occidentali sono abituati a gioire dei prezzi bassi del petrolio. Adesso però la destabilizzazione economica globale inizia a spingere sui fianchi.

I prezzi delle materie prime influenzano non solo il reddito di milioni di persone, ma da loro dipende il destino dei governi e l’equilibrio politico in continenti come l’Africa e l’America Latina. Il prezzo del petrolio così basso potrebbe fomentare il malcontento nei Paesi già fragili e creare nuove aree di tensione e di crisi nell’arena internazionale, scrive il quotidiano.

Paesi dipendenti dal prezzo degli idrocarburi, del rame e della soia sopportano molto difficilmente la crisi. Ad esempio i “giganti africani”, come il Sudafrica e la Nigeria, stanno subendo enormi perdite economiche e potrebbero trascinare nel baratro il resto del continente.

Sotto la pressione dei bassi prezzi delle materie prime, si verifica una destabilizzazione sociale proprio in quelle regioni da cui partono anche masse di migranti.

La recessione economica e la caduta dei prezzi delle commodity di oggi sono però la parabola perversa discendente di una grande speculazione finanziaria che prima aveva spinto i prezzi delle materie prime nella direzione opposta, portandoli alle stelle.
Infatti nel 2007-8 mentre il sistema finanziario americano e quello globale entravano in una fase di incontrollata fibrillazione, precipitando il mondo in una gravissima recessione economica accompagnata da un crollo del commercio internazionale, i prezzi delle commodity esplodevano.

Secondo l’UN Conference on Trade and Development (UNCTAD), tra il 2005 e il 2008 i prezzi del cibo aumentarono mediamente dell’83%. I prezzi del grano crebbero del 127%, quelli del riso del 170% e quello del mais triplicò. Lo stesso avvenne per i prezzi di molte materie prime, a cominciare dal petrolio.

Se i livelli di vita di molti cittadini del settore avanzato sono stati profondamente intaccati, per intere popolazioni dei Paesi in via di sviluppo, soprattutto dell’Africa sub-sahariana, ciò ha voluto dire povertà assoluta e fame. Secondo le stime della Banca Mondiale l’esplosione dei prezzi delle derrate alimentari aveva provocato nel 2008 un aumento di circa 150 milioni di “poveri totali” e di 40 milioni di persone gettate nella fame.

La causa ha un nome: speculazione finanziaria! Eppure c’era e c’è chi ancora ha la sfrontatezza di dire che simili terremoti economici e sociali siano stati causati soltanto da cambiamenti nelle produzioni, nei consumi  e nei movimenti nella domanda e nell’offerta delle commodity.

La realtà vera è che negli anni precedenti alla crisi gli speculatori finanziari avevano invaso i mercati delle commodity soppiantando gli operatori di mercato ancora legati allo scambio fisico delle merci. Se prima della deregulation finanziaria questi ultimi controllavano il 70% di tutti i contratti stipulati sui mercati delle commodity, in primis quello di Chicago Mercantile Exchange, nel 2008 il rapporto si è completamente rovesciato. Nel 1996 soltanto sul mercato del grano di Chicago gli speculatori contavano per il 12%, mentre il resto era trattato da operatori veri. La quota speculativa sul grano era del 61% nel 2011.

L’Unctad ha denunciato tali processi come la “finanziarizzazione dei mercati delle commodity” che ha introdotto nuovi strumenti finanziari che possono comportare rilevanti effetti anche sui prezzi dei mercati agricoli e delle materie prime. Si tratta dei cosiddetti derivati otc (over the counter) cioè stipulati tra due contraenti, fuori dai mercati regolamentati, e tenuti anche fuori dai bilanci delle banche e dei fondi che ne fanno uso. Sono prodotti totalmente speculativi che non sono in mano a strani personaggi del sottobosco finanziario ma sono usati dalle grandi banche, le cosiddette “too big to fail, da fondi di investimento, da hedge fund e anche da fondi pensione.

Queste stesse banche sono state anche quelle che hanno creato i cosiddetti commodity index fund che sono fondi i cui capitali sono investiti in strumenti finanziari basati su indici dei  future sulle commodity. Cioè comprano o vendono future per replicare l’andamento dell’indice.

Uno studio fatto dalla Lehman Brothers poco prima della sua bancarotta indicava che il volume della speculazione fatta dai suddetti fondi index era aumentato del 1.900% tra il 2013 e l’inizio del 2008. La Morgan Stanley stimava che nel 2008 vi erano, per esempio,  due milioni e mezzo di contratti future sul mais rispetto al mezzo milione del 2003. Nello stesso lasso ti tempo il capitale dei fondi index sulle commodity era passato da 13 a 317 miliardi di dollari.

L’Africa è totalmente esposta sul fronte delle commodity. Molti Paesi sono produttori di petrolio, altri sono ricchissimi di materie prime, altri ancora sono tra i massimi produttori mondiali di derrate alimentari come il caffè, il cacao e vari tipi di frutta. Nel contempo però l’Africa è grande importatrice di cibo, a cominciare dal grano e dal riso.

Può sembrare che l’aumento del prezzo di una specifica commodity possa essere di grande vantaggio al Paese africano produttore. In realtà chi ci guadagna è colui che specula più che colui che produce. E’ molto raro che eventuali maggiori ricavi, frutto delle menzionate operazioni finanziarie speculative, siano effettivamente rifluiti verso lo sviluppo reale dell’economia e della società senza sparire nei canali carsici della corruzione locale ed internazionale. Qualora un Paese volesse predisporre seri investimenti per progetti reali, la volatilità dei prezzi non lo permetterebbe. Alla loro inevitabile ridiscesa essi potrebbero addirittura mettere in crisi le finanze del Paese qualora, contando su risorse non più certe, avesse per esempio acceso nuovi debiti per iniziare qualche importante infrastruttura.

D’altra parte invece essendo l’Africa importatrice di beni di consumo e di prodotti industriali, l’effetto dell’impennata dei prezzi a livello globale la penalizzerebbe pesantemente. L’effetto negativo si registrerebbe immediatamente anche sui prezzi del cibo e sui miseri livelli di vita di gran parte della popolazione.

Per l’Africa e per tutti i Paesi in via di sviluppo del mondo l’eccessiva volatilità dei prezzi delle commodity, in particolare quelli delle derrate alimentari, vuol dire instabilità economica, politica e sociale, e una maggiore povertà.

 Il prezzo del petrolio

E’ opportuno prendere in considerazione l’andamento del prezzo del petrolio per capire ancor meglio se la speculazione sulle commodity ha avuto e può ancora avere un effetto importante e potenzialmente destabilizzante delle economie. Come si può facilmente immaginare, il prezzo del petrolio è un fattore determinante dell’intera economia e ovviamente anche dei prezzi delle derrate alimentari e del cibo.

Negli USA fino alla metà del 2004 il prezzo si aggirava intorno ai 40 dollari al barile. Nel 2006 era salito a 70 dollari e poi a 145 a luglio 2008. A fine 2008 era precipitato a 30 dollari, per poi salire a 110 nel 2011. Dopo il picco del 2008 il prezzo del petrolio era sceso del 70% e quello delle altre commodity mediamente del 35%.

In tutto questo processo i livelli mondiali di produzione e di consumo sono certamente variati ma mai così tanto da giustificare simili andamenti dei prezzi.

Infatti quando l’ascensore del prezzo saliva si era parlato dei famosi “barili di carta”, cioè si compravano e vendevano dei barili virtuali. Per ogni barile di petrolio realmente prodotto si trattavano future equivalenti a cento barili.

I dati ufficiali forniti nel 2009 in varie audizioni della CFTC sono eloquenti. I future sul petrolio trattavano giornalmente circa 1 miliardo di barili, mentre la produzione reale mondiale era di 85 milioni di barili di petrolio al giorno. Si ammetteva che nel 1998 la parte speculativa dei mercati petroliferi era del 25%, nel 2008 era già salita al 65%.

Da quasi due anni il prezzo del petrolio è sceso ai livelli di 30-40 dollari al barile. Cosa ha generato simili drastici cambiamenti dal 2004 in poi? Semplici effetti delle variazioni della domanda e dell’offerta oppure, tralasciando per opportunità il ruolo non marginale di decisioni geopolitiche, la  speculazione è stata determinante? Allora si era imputato l’aumento del prezzo alla grande  crescita economica della Cina. E’ credibile  adesso la spiegazione di una sua così drastica caduta con l’aumento della produzione di shale gas negli Usa? Delle due una soltanto può reggere. Se l’attuale prezzo del petrolio fosse quello più realistico, allora i picchi massimi passati non possono che essere stati il frutto di manipolazioni speculative.

 

Rivolte del pane

Nel 2008 vi sono state rivolte per il pane in 28 paesi dell’Africa. I prezzi del cibo mediamente arrivarono ai livelli più alti nel periodo di 30 anni. Poi, come sempre accade dopo violenti e ingiustificati aumenti, i prezzi sono progressivamente scesi assestandosi però al di sopra di quelli del 2008. Gli speculatori incassano quando il termometro dei prezzi sale, ma possono anche guadagnare giocando al ribasso.

Nel settembre 2010 ricominciò l’aumento dei prezzi. A dicembre il “food price index” mensile aveva raggiunto 214,7 punti. Lo stesso livello del giugno 2008 quando esso era di 213,5. Soltanto due anni prima era di soli 87,5 punti. Nei Paesi dell’Africa i prezzi erano tornati alle stelle e la popolazione tornò nelle strade a dimostrare per parecchie settimane contro lo spettro della povertà e della fame.

Questa volta vi furono anche grandi dimostrazioni contro l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità anche in tutti i Paesi del Nord Africa. I fermenti popolari per il pane, il lavoro e la libertà contribuirono grandemente a mettere in moto quelle che poi saranno chiamate le “primavere arabe”.  I prezzi tornarono poi a scendere assestandosi sempre sopra i livelli del 2008 e del 2010.

L’UN World Food Program parla di un “tsunami silenzioso della fame” che nel 2008 ha gettato milioni di persone nella povertà assoluta. Si sa che i poveri consumano circa il 60% del loro misero reddito per il cibo.

In un mondo dove quasi 1 miliardo di persone ancora soffre la fame, l’aumento dei prezzi del cibo può essere fatale. La Banca Mondiale a novembre 2012 diceva che non si può accettare che i prezzi alti siano considerati una”normalità” quando milioni di bambini muoiono di fame ogni anno.  Secondo il Food Price Watch della Banca  Mondiale a fine 2012 i prezzi delle derrate alimentari erano in media 7% superiori a quelli dell’anno precedente: + 12% per le granaglie, +17% per i mais.

Vi possono essere molte ragioni per spiegare l’aumento del prezzo del cibo: siccità, utilizzo del grano per etanolo, aumento del consumo di carne nelle diete di cittadini in Cina e in India (occorrono 15 kilogrammi di granaglie per produrre 1 kilo di carne). Ma gli aumenti dei prezzi a partire dal 2000 non si possono spiegare soltanto con queste ragioni. Ad esempio, utilizzando modelli matematici il New England Complex System Institute ha potuto provare che l’aumento dei prezzi tra marzo 2011 e gennaio 2012 può essere spiegato soltanto con gli effetti prodotti dalla speculazione e dall’aumento della conversione di granaglie in etanolo. Vedi Yaneer Bar-Yam and Greg Lindsay of the New England Complex Systems Institute argue that mathematical models show that only speculation

Misure contro la speculazione

Il parlamento europeo all’inizio del 2014 ha passato delle norme che dovrebbero entrare in vigore alla fine del 2016 per limitare le posizioni assunte in derivati sulle commodity da parte di un qualsiasi operatore. L’EU pone un limite del 25% di operazioni su una commodity.

Bruxelles si esprime anche contro gli HFT: a) propone degli “interruttori” per fermare il trading se la volatilità del prezzo diventasse troppo alta; b) sollecita le agenzie preposte a controllare e ad autorizzare gli algoritmi matematici usati nelle contrattazioni hft.

L’HFT è stato responsabile del cosiddetto “flash crash” del 2010 quando iniziarono vendite aggressive che fecero crollare il mercato. Già allora circa il 60% di tutte le transazioni erano allora fatte con HFT.

Negli Usa la legge Dodd-Frank, che dovrebbe regolamentare i mercati finanziari dopo la crisi finanziaria globale del 2007-8, vorrebbe mettere dei limiti sulla quantità di operazioni su di una specifica commodity che un singolo operatore può controllare.

Anche la CFTC intende introdurre delle regole per imporre dei limiti ai future e ad altri derivati otc relativi a 28 commodity.

Adesso alcune banche come JP Morgan, UBS, DB, Barclays stanno riducendo le loro operazioni sulle commodity in quanto nell’ultimo periodo non sono più tanto profittevoli. Anche la BNP ParisBas e Credit Agricole hanno ridimensionato i loro fondi di investimento sulle commodity

Si potrebbe creare in merito un’agenzia internazionale capace di introdurre e far rispettare delle regole globali. Oggi invece la speculazione più selvaggia approfitta proprio della mancanza di regole. Si potrebbe richiedere la consegna di dati in tempo reale sulle transazioni e distinguere tra chi è effettivamente nella catena alimentare e chi invece va su mercati delle commodity per un profitto facile e immediato. In questo modo le agenzie di controllo potrebbero avere una visione chiara di chi specula e di quanto sia l’effetto della speculazione sui prezzi. Esse potrebbero di conseguenza limitare la quantità di prodotto che uno impresa o uno speculatore potrebbe muovere sulla carta, virtualmente, ad ogni dato momento e la percentuale di mercato che potrebbe controllare. Non si può privilegiare  e proteggere un operatore che con un click muove una tonnellata di riso e lasciare l’agricoltore europeo o il contadino asiatico, che ha lavorato per un anno con l’intera famiglia, alla mercé della speculazione

Le grandi banche e i sostenitori della “necessità” della speculazione si oppongono alle nuove regole in quanto avrebbero un  “effetto sismico” per le finanziarie coinvolte e provocherebbero un aumento dei costi per le operazioni stesse e una diminuzione della liquidità creata nei mercati otc.

La British Bankers’ Association, che rappresenta la forza finanziaria della City, ha detto che tali regole indebolirebbero la capacità di competizione delle imprese finanziarie europee e avrebbero un effetto negativo persino sull’economia reale.

La Deutsche Bank, da alcuni anni la banca più esposta al mondo in derivati otc, e la compagnia di assicurazioni tedesca Allianz sostengono che non vi sono prove per dire che la speculazione sia stata la causa dell’aumento dei prezzi delle commodity. Si specula in titoli, non in cibo, sostengono con “grande arguzia”. E aggiungono che la speculazione è necessaria perché aumenta la liquidità del mercato e in questo modo i produttori agricoli e i broker possono condividere il rischio.

Al riguardo anche l’EXPO 2015 di Milano “Nutrire il pianeta” dedicato al cibo ha perso l’occasione di intervenire sulla questione della speculazione finanziaria sulle derrate alimentari e sulle commodity in generale. Era la platea mondiale più importante per sensibilizzare i cittadini alle problematiche della manipolazione dei prezzi del cibo e renderli più attenti e critici rispetto ai giochi della grande finanza. Anche la Carta di Milano, sottoscritta da molte istituzioni nazionali e internazionali, ha ignorato completamente la questione. Le lobby finanziarie delle commodity sembrano essere troppo forti e decise a bloccare ogni possibile riforma in merito.

Solo papa Francesco è intervenuto ripetutamente sull’argomento, da ultimo con la sua lettera pastorale “Laudato si’”. Già il 20 aprile 2014 Francesco aveva denunciato lo “scandalo” della speculazione fatta sul cibo. “E’ intollerabile che i mercati finanziari determinino i destini dei popoli piuttosto che servirne i loro bisogni e che pochi ottengano ricchezze immense dalla speculazione finanziaria mentre moltitudini di persone ne subiscano le conseguenze”, aveva detto.

BOX 1

Come è stato possibile: la deregulation

La deregulation finanziaria si è basata su due decisioni cruciali:

-La cancellazione nel 1998 della legge Glass-Steagall Act, fortemente voluta nel 1933 dal presidente FD Rooselvelt, che distingueva le banche commerciali da quelle di investimento proibendo alle prime di usare capitale e depositi in attività speculative.

-L’approvazione del Commodity Futures Modernization Act (CFMA) del 2000 che intendeva “modernizzare” i prodotti derivati noti come otc. Essi non sarebbero stati più trattati come future e quindi sottoposti al “Commodity Exchange Act”, la legge approvata nel 1936 dal Congresso americano, che metteva dei limiti a tali operazioni speculative.

Gli otc sarebbero stati controllati soltanto applicando gli standard di “sicurezza e solidità”. Questo passo è stato intrapreso dal governo Clinton persino contro il giudizio dell’agenzia governativa che regola i derivati finanzari, la US Commodity Futures Trading Commission (CFTC) che chiedeva controlli più stringenti.

Nel periodo 2002-08 il valore nozionale dei derivati otc sulle commodity in generale era aumentato di 20 volte raggiungendo il livello di 13 trilioni di dollari, superando addirittura il livello dei derivati otc sui titoli azionari.

Nel 2011 i capitali investiti soltanto nei mercati delle derrate alimentari sono stati pari a 126 miliardi di dollari mentre 5 anni prima erano 65 miliardi. L’ammontare del 2011 è stato 20 volte superiore a quanto speso in aiuti alimentari a livello mondiale.

Wallace Tubeville, che è stato vice presidente della Goldmann Sachs e inventore dei fondi sugli indici delle commodity, ha ammesso che gli investimenti sui mercati delle commodity erano cresciuti esponenzialmente: da 30 miliardi di dollari nel 2003 a 260 miliardi nel 2008, mentre i prezzi delle commodity sono aumentati del 71% nel periodo 2006-08. ((( Dal 2005 è iniziata una forte volatilità dei prezzi delle derrate alimentari sui mercati delle commodity con forti aumenti e effetti devastanti per molti Paesi poveri e intere popolazioni del mondo. Si è scatenata una grande discussione se tutto ciò fosse il risultato di varie cause oggettive che influenzavano l’offerta oppure fosse l’eccessiva speculazioni fatta con derivati finanziari applicati alle derrate alimentari. Importante è il fatto che ad un certo punto le grandi banche di investimento come la Goldman Sachs, Morgan Stanley e Barclays, hedge fund e persino fondi pensione abbiano deciso di giocare con i derivati otc sul cibo. ))) Forse è una ripetizione

Goldman Sachs, numero uno al mondo sui mercati delle commodity agricole ha incassato profitti per oltre 1 miliardo di dollari nel 2009 mentre la Barclays Capital, la prima banca Britannica e terza al mondo sui mercati de cibo, ha guadagnato più di mezzo miliardo nel 2010.

Robert Reichs, ex minstro del lavoro dell’amministrazione Clinton, disse:” A partire del 1999, Wall Street era eccitata dall’eliminazione del Glass-Steagall in quanto voleva creare dei supermercati finanziari che potevano usare i depositi delle banche commerciali per scommettere al casinò finanziario e fare trilioni di dollari di profitti”.

(di Paolo Raimondi, economista. Fonte: Popoli e Missione)